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1 - La diagnosi psicodinamica: presentazione del PDM-2

Laura Muzi

La prima edizione del Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM Task Force, 2006) è stata pubblicata in un periodo di transizione e di controversie nel campo della nosografa psichiatrica, iniziato con la pubblicazione del DSM-III nel 1980 e che arriva fno alle più recenti edizioni del DSM e dell’ICD. Come clinici e ricercatori, in questi decenni abbiamo assistito all’egemonia di sistemi diagnostici centrati sul sintomo, “neo-kraepeliniani”, descrittivi, e basati principalmente su criteri di presenza/assenza dei sintomi costruiti per identificare, in modo discreto, i disturbi mentali. Al contrario, il PDM ha rappresentato il primo tentativo di offrire un framework diagnostico infuenzato dalle formulazioni cliniche e dalle evidenze empiriche di orientamento psicodinamico che fosse in grado di descrivere l’intera gamma del funzionamento dei pazienti in trattamento, dagli aspetti più evidenti e superfciali fno agli elementi profondi che sono alla base dei pattern emotivi, cognitivi, interpersonali e sociali caratteristici dell’individuo. La nuova edizione del Manuale, il PDM-2 (Lingiardi, McWilliams, 2017), è stata pubblicata lo scorso anno negli Stati Uniti e da pochi giorni è disponibile in traduzione italiana. Nel corso del processo di revisione sono state costituite sei Task Forces, che corrispondono alle sei specifche sezioni per le diverse fasce d’età considerate: adulti, adolescenti, infanzia, prima infanzia, anziani (inclusi per la prima volta in un sistema diagnostico), più una sezione interamente dedicata agli strumenti di valutazione e a casi clinici valutati secondo l’approccio PDM. Come il suo predecessore, il PDM-2 si propone come una “tasso nomia di persone” piuttosto che come una “tassonomia di disturbi”, evidenziando l’importanza di considerare chi è quella persona e non solo che cosa ha quella persona

Neopsiche 24

Anno 2018

Pagina 31-35

Diagnosi

PDM-2

Interdisciplinare

Ricerca empirica

Manuale